Teatro Contemporaneo

PIL

PIL, una commedia – una commedia – sulla produzione inutile – sullo spazio che manca – il tempo che manca – tutto quello che manca.
Due donne schiacciate l’una sull’altra, che cercano di produrre la propria vita. Due donne sole costrette a non stare sole. Due donne condannate nella stessa cella, ad espiare una colpa che non hanno commesso.
Lo spettacolo s’intitola PIL ma non tratta di economia, il prodotto interno lordo si riferisce alle discariche abusive del cuore, ai rifiuti tossici della mente, agli inceneritori della ragione, ai termovalorizzatori di una morale che non esiste più o che forse chissà non esiste ancora, tutta l’immondizia che siamo e che non riusciamo a smaltire: ogni giorno produciamo interi camion di preoccupazioni di angosce paure speranze malriposte, di allegria che svanisce subito, di risate che non attecchiscono, di slanci che vanno a vuoto. Questa ironica idea del prodotto interno che è lordo, e che diventa rifiuto da smaltire, si incarna nella storia di due giovani donne, Sylvia e Lulù, due estranee costrette a condividere un piccolo appartamento a Roma. Le difficoltà economiche amplificano le difficoltà di convivenza. E le due donne si trovano in un perenne conflitto che crea dipendenza. E che scivola nel rapporto archetipico tra madre e figlia. Lulù-mamma e Sylvia-figlia non riescono a distaccarsi, ma continuano a restare nel piccolo appartamento producendo i rifiuti dell’anima che non si possono smaltire.


Il testo, scritto dal drammaturgo e filosofo Pier Paolo Fiorini, è adatto a tutte le età. Diverte e inquieta. Una buona prospettiva per il teatro d’oggi. Lo spettacolo dura circa settanta minuti, e prevede la presenza dell’Autore e del Regista che commentano come fantasmi nel buio l’andamento del dramma.
La scenografia è ridotta al minimo, la colonna sonora è un suggestivo intreccio di dissonanze e melodie.

Nell' ardore della nostra camera

“Siamo nell’era dell’ossessione del corpo, abbracciata dai salutisti o dai maniaci dell’immagine, corpi mercificati, corpi osannati o ostentati; era culturale ancor prima che teatrale, essa trova spunti e radici fin dai primi anni del secolo scorso, dalle scoperte in campo medico, dalle rivendicazioni di genere fino alle rivoluzioni dei concetti d’attore e di messinscena. Con simili premesse si sviluppa Nell’ardore della nostra camera, visto al Teatro Tor Bella Monaca all’interno della sesta edizione di EXIT e messo in scena dalla compagnia del Teatro dell’Applauso per la regia di Marco Maltauro.

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A loro il merito di aver portato alla luce un autore contemporaneo come Massimo Sgorbani, poco rappresentato in Italia. Forse perché si tratta di «un testo difficile» come viene detto a noi sparuti convitati poco prima dell’inizio, mentre sul palco si predispone a vista la scena con quelli che la compagnia stessa definisce alcuni degli «ingredienti dello spettacolo», una vedova e il marito morto. Due antitetiche preparazioni al ruolo per altrettanto antitetici personaggi, estremi tra immobilità e frenesia: lui, vestaglia da sportivo, sembra allenarsi per la propria ultima performance poco prima di salire sul lettino mortuario; lei, viva, verrà vestita di un armamentario di tubi, bustini, catene e bulloni che per tutto lo spettacolo diventeranno esplicitazione metaforica della propria condizione sociale sottomessa, e quindi rovesciata con forza e rabbia al capezzale del marito.Teniamo il Natale nel nostro cuore sempre. Solo allora comprenderemo il suo vero significato!

Ma se attraverso il monologo la donna (qui interpretata da Elisa Faggioni, ideatrice della compagnia) riscatterà il proprio corpo femminile costretto a subire l’irruenza anche sessuale del marito, quell’armatura di tubi è anche visualizzazione della malattia che l’ha colpita e di cui parla in maniera quasi ossessiva, un’anchilosi degenerativa che le impedisce ormai da anni il libero movimento. L’elemento scenico allora vorrebbe assumere valore tanto quanto il corpo dell’attore, il flusso di parole quanto l’accessorio del costume.
Sgorbani attraverso questo elogio funebre riesce a costruire con la rievocazione del ricordo un mondo popolato di personaggi torbidi, dal marito costruttore ossessionato dal culto dell’erezione (che sia edile o sessuale non farà poi molta differenza), da questa moglie irata e sottomessa fino ai figli, specchio amplificato delle deformazioni dei genitori. Speranza di tutto è una resurrezione del corpo, che forse non avverrà mai, ma che spingerà a compiere atti estremi e disperati. Così racconterà la moglie, ma di tutta questa forza, di tutto quel coraggio a provare a mettere in atto una rivoluzione del pensiero, un ribaltamento di questo culto della carne, non rimarranno che le parole”.

Il mio incontro con Rocco Siffredi

Questa commedia è una fiaba contemporanea, una satira ai comportamenti nevrotici delle giovani coppie instabili, e alla ossessione sessuale diffusa.
PAOLO Che significa?
GIULIA Cosa?
PAOLO Questo biglietto
GIULIA Non lo so
PAOLO Come non lo so, era sul tuo comodino
GIULIA E tu vai a frugare nel mio comodino?
PAOLO Era sopra il tuo comodino, nella nostra camera
GIULIA Beh allora?
PAOLO (legge) Rocco Siffredi Production??
GIULIA Ah sì…

PAOLO Come ah sì? C’è scritto appuntamento mercoledì 18 ore 11
GIULIA Non essere aggressivo, non alzare la voce
PAOLO Io non alzo la voce ma voglio una spiegazione. Sono tuo marito
GIULIA Uh sono tuo marito! Sono tuo marito! Sei proprio ridicolo
PAOLO Pazzesco… (guarda il biglietto) Ma la casa di produzione di Siffredi è qui a Guidonia?
GIULIA Beh perché? Ci sono un sacco di attività qui a Guidonia che tu neanche conosci
scritto e diretto da MARCO MALTAURO
con Elisa Faggioni – Fabio Maffei – Veronica Bitto

Figliol Prodigo

“Il figliol prodigo, rivisitazione della celebre parabola evangelica, è stata presentata dalla compagnia Teatro dell’Applauso nella chiesa di S. Giovanni e Reparata, come ultimo spettacolo della quinta giornata dei Teatri del Sacro. All’arrivo del pubblico, il palco collocato al centro della basilica è completamente vuoto, illuminato dalle fredde luci dei riflettori. Ci si aspetterebbe un qualsiasi tipo di arredo scenico, ma tutto ciò che viene presentato è uno spazio sgombro, privo di quinte, circondato dalle colonne e i pilastri dell’edificio, con le sue pitture e decorazioni come unico sfondo. In un attimo, cala il buio, mettendo gli spettatori nella condizione di non vedere assolutamente niente. Non appena le luci tornano nuovamente ad accendersi, sul palco troviamo i tre e unici attori dello spettacolo, vestiti con abiti piuttosto ordinari: un semplice abito da casalinga per l’unica donna del cast (Patrizia Romeo) e vesti semplici per i due attori, il padre (Giorgio Colangeli) e il figlio o, per meglio dire, i figli (Giovanni Scifoni). Bastano poche frasi per capire che la mancanza di arredi scenici è scientemente compensata dal modo in cui gli attori provano a riempire il palco, mimando azioni con oggetti inesistenti, agitandosi e traboccando gesti esasperati lungo tutta la struttura priva di decorazioni. Gli unici elementi disponibili sono fogli di carta arrotolati, qualche bicchiere, una bottiglia, un vassoio. È tutto ciò che gli attori utilizzano, dall’inizio alla fine dello spettacolo.

È necessario, trovandoci a citare la recitazione, sottolineare la bravura di Giovanni Scifoni, impegnato in un doppio ruolo, quello del malvagio, avido e “inumano” fratello minore e quello del fratello maggiore, l’esatto opposto, coscienzioso, fedele al padre, ragionevole. Non è l’unico variare il modo di recitare, con cambi di ritmo e tonalità (spesso si oscilla da una comicità diretta, anche ruvida, a momenti intensamente drammatici), ma i suoi fratelli sono quasi stupefacenti per interpretazione e intensità, dato che, nonostante siano incredibilmente vicini per tempistica e prossimità, risultano comunque incredibilmente diversi, come il giorno e la notte, pur nella recitazione di un solo attore, abilissimo a compiere il passaggio di carattere in brevissimi lassi di tempo.
La parabola è famosa: un uomo, padre di due figli, si impegna per dar loro tutto quello di cui hanno bisogno, ma il cupido figlio minore pretende la propria parte d’eredità ben prima che il padre sia morto. L’uomo acconsente e il figlio sperpera il patrimonio in poco tempo, costringendolo a vivere in miseria, per poi pentirsi e tornare da lui, venendo accolto a braccia aperte.
Ebbene, nel rimaneggiamento drammaturgico di Marco Maltauro e Pier Paolo Fiorini sono comprese alcune differenze fondamentali: la famiglia non è composta dalle sole tre figure maschili della storia evangelica, bensì dal padre, i due fratelli e una sorella; il nucleo presentato è incredibilmente disfunzionale, a tratti inquietante, con la sorella, malata, morbosamente attaccata al fratello minore, tanto da volere a tutti i costi evitare che se ne vada, arrivando perfino ad uccidersi.
Altra fondamentale differenza dalla storia originaria è la figura del padre, specialmente verso la fine della narrazione: dalla figura moderatamente statica dell’inizio della storia, in cui comunque, al netto delle resistenze del caso, lascia il figlio libero di fare la propria scelta, si trasforma in un personaggio indebolito, stroncato dagli eventi luttuosi, di una bontà paradossale e “inconcepibile”, la stessa che gli permetterà di allargare le braccia ad accogliere il ritorno del prodigo. E si centra il nodo fondamentale dell’adattamento scenico: quanta riconoscenza c’è, nei confronti di chi ha sempre fatto il proprio dovere, se si accoglie e si festeggiano coloro che hanno tradito, sperperato e, una volta in difficoltà, tornano all’ovile? Questione annosa, incarnata nell’affascinante paradosso del messaggio cristiano, secondo cui il bene è esso stesso premio dell’agire correttamente, non la gratificazione conseguente all’atto giusto. Difficile da accettare per “noi”, umani, troppo umani. Lo spettacolo è gradevole, lineare, ben misurato”.
Teatro dell’Applauso
Il figliol prodigo
di Marco Maltauro e Pier Paolo Fiorini

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