Figliol Prodigo

Articolo tratto da “LA GAZZETTA DI LUCCA” – 15/06/2013 di Sara Baccili

“Il figliol prodigo, rivisitazione della celebre parabola evangelica, è stata presentata dalla compagnia Teatro dell’Applauso nella chiesa di S. Giovanni e Reparata, come ultimo spettacolo della quinta giornata dei Teatri del Sacro. All’arrivo del pubblico, il palco collocato al centro della basilica è completamente vuoto, illuminato dalle fredde luci dei riflettori. Ci si aspetterebbe un qualsiasi tipo di arredo scenico, ma tutto ciò che viene presentato è uno spazio sgombro, privo di quinte, circondato dalle colonne e i pilastri dell’edificio, con le sue pitture e decorazioni come unico sfondo. In un attimo, cala il buio, mettendo gli spettatori nella condizione di non vedere assolutamente niente. Non appena le luci tornano nuovamente ad accendersi, sul palco troviamo i tre e unici attori dello spettacolo, vestiti con abiti piuttosto ordinari: un semplice abito da casalinga per l’unica donna del cast (Patrizia Romeo) e vesti semplici per i due attori, il padre (Giorgio Colangeli) e il figlio o, per meglio dire, i figli (Giovanni Scifoni). Bastano poche frasi per capire che la mancanza di arredi scenici è scientemente compensata dal modo in cui gli attori provano a riempire il palco, mimando azioni con oggetti inesistenti, agitandosi e traboccando gesti esasperati lungo tutta la struttura priva di decorazioni. Gli unici elementi disponibili sono fogli di carta arrotolati, qualche bicchiere, una bottiglia, un vassoio. È tutto ciò che gli attori utilizzano, dall’inizio alla fine dello spettacolo.

È necessario, trovandoci a citare la recitazione, sottolineare la bravura di Giovanni Scifoni, impegnato in un doppio ruolo, quello del malvagio, avido e “inumano” fratello minore e quello del fratello maggiore, l’esatto opposto, coscienzioso, fedele al padre, ragionevole. Non è l’unico variare il modo di recitare, con cambi di ritmo e tonalità (spesso si oscilla da una comicità diretta, anche ruvida, a momenti intensamente drammatici), ma i suoi fratelli sono quasi stupefacenti per interpretazione e intensità, dato che, nonostante siano incredibilmente vicini per tempistica e prossimità, risultano comunque incredibilmente diversi, come il giorno e la notte, pur nella recitazione di un solo attore, abilissimo a compiere il passaggio di carattere in brevissimi lassi di tempo.

La parabola è famosa: un uomo, padre di due figli, si impegna per dar loro tutto quello di cui hanno bisogno, ma il cupido figlio minore pretende la propria parte d’eredità ben prima che il padre sia morto. L’uomo acconsente e il figlio sperpera il patrimonio in poco tempo, costringendolo a vivere in miseria, per poi pentirsi e tornare da lui, venendo accolto a braccia aperte.

Ebbene, nel rimaneggiamento drammaturgico di Marco Maltauro e Pier Paolo Fiorini sono comprese alcune differenze fondamentali: la famiglia non è composta dalle sole tre figure maschili della storia evangelica, bensì dal padre, i due fratelli e una sorella; il nucleo presentato è incredibilmente disfunzionale, a tratti inquietante, con la sorella, malata, morbosamente attaccata al fratello minore, tanto da volere a tutti i costi evitare che se ne vada, arrivando perfino ad uccidersi.

Altra fondamentale differenza dalla storia originaria è la figura del padre, specialmente verso la fine della narrazione: dalla figura moderatamente statica dell’inizio della storia, in cui comunque, al netto delle resistenze del caso, lascia il figlio libero di fare la propria scelta, si trasforma in un personaggio indebolito, stroncato dagli eventi luttuosi, di una bontà paradossale e “inconcepibile”, la stessa che gli permetterà di allargare le braccia ad accogliere il ritorno del prodigo. E si centra il nodo fondamentale dell’adattamento scenico: quanta riconoscenza c’è, nei confronti di chi ha sempre fatto il proprio dovere, se si accoglie e si festeggiano coloro che hanno tradito, sperperato e, una volta in difficoltà, tornano all’ovile? Questione annosa, incarnata nell’affascinante paradosso del messaggio cristiano, secondo cui il bene è esso stesso premio dell’agire correttamente, non la gratificazione conseguente all’atto giusto. Difficile da accettare per “noi”, umani, troppo umani. Lo spettacolo è gradevole, lineare, ben misurato”.

Teatro dell’Applauso
Il figliol prodigo
di Marco Maltauro e Pier Paolo Fiorini
con Giorgio Colangeli, Giovanni Scifoni, Patrizia Romeo
regia Marco Maltauro

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